Per vivere da Risorti …

«Davanti alle tante sofferenze del nostro tempo, il Signore della vita non ci trovi freddi e indifferenti. Faccia di noi dei costruttori di ponti, non di muri»; diceva così Papa Francesco nel Messaggio Urbi et orbi del giorno di Pasqua 2019. A partire da questo invito, mi sembra utile conoscere meglio la questione, pubblicando questo articolo di Rete Sicomoro.

I muri nel mondo e la paura verso gli esseri umani scartati

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, a causa di una distorta idea di società il numero dei muri è decuplicato.

“Quando quello di Berlino cadeva a pezzi per i collezionisti erano giusto 15. Alla fine della Seconda guerra mondiale i muri recensiti erano appena sette. Dal 1989 ai nostri giorni i muri ufficiali sono, secondo la geografa Elisabeth Vallet, almeno 77. […] I muri sono simboli che organizzano a loro maniera il tipo di mondo che si vorrebbe abitare.”

Nigrizia fa il tragico punto della situazione sui muri che nel nostro pianeta separano le società, impaurite dai mezzi di comunicazione assoldati dal potere, dagli esseri umani scartati perché ritenuti incompatibili con una certa idea di futuro. Da quelli in cemento, mattoni o filo spinato a quelli elettronici con sensori, rispecchiano insieme continuità e innovazione. Ma ci sono anche i muri di sabbia e di mare, oltre che quelli di parole

“Il muro numero 78 abbiamo il privilegio di possederlo nel Sahel. Invisibile e reale, pedina come un’ombra coloro che rifiutano di essere buttati tra gli scarti. Incompatibili col sistema di rapina del futuro e ostili ai crimini contro la storia si avventurano, come esodanti, sui confini armati del deserto che ne cancella le impronte. […] Dello stesso muro numero 78 sono parte integrante le armi, i gruppi di mercenari e i grandi commercianti di droga che prosperano nel Sahel con l’avallo dei politici. L’incompatibilità dell’integrazione nel mondo così concepito, trasforma soggetti liberi in scarti potenziali, per i quali si drizzano i muri mobili dei respingimenti al mittente via mare.”

Questo muro si aggiunge a quello tra India, Pakistan e Bangladesh, dove ci sono centinaia di chilometri di filo spinato contro l’immigrazione e per ragioni di sicurezza di stato. A quello tra Israele e i territori palestinesi, che crea, per giustificare l’incolumità dello stato ebraico, una terra promessa e una di disperazione. L’Arabia Saudita ha costruito centinaia di chilometri di muro al confine con l’Iraq. Un muro che nell’isola di Cipro separa il possedimento turco da quello greco.

In Marocco, un vallo lungo centinaia di chilometri contenente milioni di mine è il segno di appropriazione di una parte del Sahara Occidentale. E a Ceuta e Melilla, la Spagna ha eretto barriere di muri e reti a protezione della sua sovranità. In Francia, è a Calais che un muro protegge l’accesso al tunnel che congiunge il Continente con il Regno Unito. Mente a Belfast, nell’Irland del Nord, il muro della pace separa storie e tradizioni incompatibili, quelle di cattolici e protestanti, di unionisti e repubblicani. Ma, nonostante tutto, gli scartati creano tunnel, gallerie, tragitti per passare nell’altro mondo.

Concludeva il Santo Padre: «Egli (il Signore), che ci dona la sua pace, faccia cessare il fragore delle armi, tanto nei contesti di guerra che nelle nostre città, e ispiri i leader delle Nazioni affinché si adoperino per porre fine alla corsa agli armamenti e alla preoccupante diffusione delle armi, specie nei Paesi economicamente più avanzati. Il Risorto, che ha spalancato le porte del sepolcro, apra i nostri cuori alle necessità dei bisognosi, degli indifesi, dei poveri, dei disoccupati, degli emarginati, di chi bussa alla nostra porta in cerca di pane, di un rifugio e del riconoscimento della sua dignità».

Categorie: Editoriali

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